Edoardo Maggiori
Taccuino · M&A e consolidamento

M&A in Italia: mai così tante operazioni, ma sempre più piccole

Nei primi sette mesi del 2026 le operazioni con una parte italiana sono state più di 900, il massimo del decennio, mentre il valore complessivo è sceso del 26%. È il segno di un consolidamento che passa dalle aziende medie e piccole.

3 min di letturadi Edoardo Maggiori

Il rapporto annuale di BCG sulle fusioni e acquisizioni contiene un dato italiano che merita più attenzione dei grandi nomi finiti sui giornali. Nei primi sette mesi del 2026 le operazioni con un'azienda italiana come obiettivo o come acquirente sono state più di 900: il numero più alto del decennio per questo periodo, quasi il 20% sopra la media 2016-2025.

Nello stesso periodo il valore complessivo è sceso a circa 39,9 miliardi di dollari, il 26% in meno dei 53,8 miliardi dell'anno prima. Le operazioni dei fondi di private equity sono cresciute del 37% in valore, ma solo dell'1% in numero.

Più operazioni, meno valore: vuol dire che la taglia media si è ridotta. Il dato sui beni industriali lo rende evidente: 193 operazioni annunciate, per circa 1,1 miliardi di valore dichiarato. Molte operazioni piccole non dichiarano il prezzo, quindi il valore reale è più alto, ma l'ordine di grandezza è quello delle aziende medie e piccole.

Il consolidamento è arrivato al piano di sotto

In molti settori italiani il mercato è diviso tra centinaia di aziende da dieci, venti, cinquanta milioni di fatturato, spesso di famiglia, spesso eccellenti nel prodotto. È il terreno ideale per chi costruisce gruppi per aggregazione: si compra un'azienda che fa da piattaforma e le si aggiungono le altre una alla volta.

Il 22 ottobre Deloitte ha pubblicato un vademecum in dieci punti per le imprese familiari che pensano di aprire il capitale. Due punti dicono molto. Il primo: aprire il capitale in una fase di solidità è una scelta, farlo in difficoltà diventa una necessità che si paga sul prezzo. Il secondo: bilanci riconciliati e rettifiche documentate incidono direttamente sul valore.

Cosa vuol dire per chi ha un'azienda di famiglia

Se il proprio settore è frammentato, è probabile che qualcuno lo stia già guardando con l'idea di aggregarlo. La domanda utile non è se vendere, ma da quale posizione si arriverebbe a quella conversazione.

Chi ha numeri puliti, una seconda linea che regge senza il fondatore e un'idea chiara di cosa lo rende diverso dai concorrenti può scegliere: fare da piattaforma, entrare in un gruppo restando alla guida, oppure dire di no. Chi non li ha subisce i tempi e le condizioni degli altri.

Il lavoro non è da banchieri. È mettere in ordine i conti, scrivere in due pagine perché l'azienda vale quello che vale, dare responsabilità vere alle persone che possono reggerla. Serve anche se non si venderà mai.

Prepararsi non obbliga a vendere. Toglie solo l'urgenza dalla parte sbagliata del tavolo.

I dati sull'Italia si riferiscono ai primi sette mesi del 2026 e sono tratti dal rapporto BCG; il vademecum è di Deloitte.

Fonte: BCG, M&A Report 2026 (comunicato del 2 ottobre 2026)