Edoardo Maggiori
Taccuino · Internazionalizzazione

L'export fuori dall'Europa cresce, ma conta dove pesa

A settembre l'export italiano verso i paesi extra Ue è salito del 5,4%. Gli Stati Uniti calano del 6,6%, Svizzera, Cina e Turchia corrono. Le percentuali alte stanno sui mercati piccoli: la diversificazione è vera, ma è lenta.

3 min di letturadi Edoardo Maggiori
Collage: una vecchia bilancia con una grande cassa di legno su un piatto e tanti piccoli pacchi sull'altro, quasi in equilibrio

Ieri l'Istat ha diffuso i dati provvisori sul commercio con i paesi fuori dall'Unione europea a settembre. Il totale è positivo: export +5,4% rispetto a settembre 2025, e +5,8% nei primi nove mesi dell'anno. Rispetto ad agosto c'è un calo dell'1,3%, ma sul trimestre la tendenza resta in salita (+3,0%).

Dentro il totale le direzioni sono molto diverse. Verso gli Stati Uniti l'export di settembre è sceso del 6,6%. Verso la Svizzera è salito del 38,1%, verso la Cina del 31,4%, verso la Turchia del 20,7%, verso i paesi dell'ASEAN del 16,1%. Nei nove mesi gli Stati Uniti restano comunque in positivo, +2,5%, mentre Svizzera (+40,6%) e Cina (+22,7%) crescono a ritmi da due cifre.

C'è un secondo dato che merita attenzione. A settembre i beni strumentali, cioè macchine e impianti, sono scesi dell'8,7% verso i paesi extra Ue, mentre i beni intermedi, componenti e semilavorati, sono saliti del 20,3%.

Le percentuali e i pesi

Letta così sembra una storia di sostituzione: si perde l'America, si guadagna l'Asia. Ma le percentuali vanno lette insieme ai pesi. Nella tabella dell'Istat gli Stati Uniti valgono il 10,8% di tutto l'export italiano, la Cina il 2,2%, la Turchia il 2,1%, l'ASEAN l'1,8%. Con questi pesi, un calo del 6,6% verso gli Stati Uniti vale all'incirca quanto un aumento del 31% verso la Cina.

Detto in altro modo: un mercato grande che rallenta di poco richiede mercati piccoli che corrono molto per essere compensato. È quello che sta succedendo, e funziona, ma con un margine stretto. Basta che uno dei mercati nuovi si fermi perché il conto non torni più.

Per un'impresa la lezione è la stessa del totale nazionale. Diversificare non vuol dire spostare clienti da un paese all'altro in un trimestre. Un mercato nuovo parte piccolo e cresce lento: servono un importatore o un partner affidabile, certificazioni, campionature, a volte una persona che ci vada più volte l'anno. Chi oggi vende il 40% negli Stati Uniti e comincia adesso a cercare alternative avrà numeri visibili fra due o tre anni.

Cosa guarderei

Il dato sui beni strumentali va preso con cautela, perché un mese pesa poco e i dati sono provvisori. Ma se la tendenza si confermasse, direbbe che fuori dall'Europa si vendono più pezzi da montare nei prodotti di altri e meno macchine finite. Per chi fa componenti è un'opportunità; per chi fa macchine è un segnale da non ignorare.

La domanda pratica per chi esporta è semplice: quanto del proprio fatturato estero dipende dal primo mercato, e quanto tempo servirebbe per sostituirne un decimo. Se la risposta è "non lo so", il lavoro da fare comincia lì, prima che lo decida un dazio o un cambio.

Fonte: Istat, Commercio estero extra Ue – settembre 2026 (29 ottobre 2026), dati provvisori

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